Residence Bravetta, lo scenario post apocalittico di Roma

I ruderi di un complesso di 90mila metri cubi svettano e dominano il paesaggio di via di Bravetta, in una Riserva naturale

DATA DELLE RIPRESE: 12/09/2021 – LUOGO: ROMA

Il residence Bravetta oggi non è altro che una serie di immensi scheletri di cemento. Sembrano residui bellici, in procinto di essere demoliti o ricostruiti. Invece da oltre un decennio dominano così, nudi e crudi, lo skyline di una fetta della periferia ovest di Roma.

Dove si trova

In via di Bravetta 415, per la precisione. Una strada e un quartiere densamente abitati. Da un lato. Perché dall’altro lato della via comincia la Riserva Naturale Valle dei Casali: una lungo altipiano verde che comincia da Villa Pamphilj (uno dei parchi più grandi di Roma), per scendere quasi fino al Tevere. Una serie di collinette, in cui barbagianni e rondini svolazzano tra querce e olmi, un lungo polmone verde che si addentra e rinfresca il tessuto urbano. È proprio in una porzione di questa area verde che si edifica il Residence, a dir poco impattante: un complesso di 90mila metri cubi, formato da cinque edifici di sette piani, per 533 mini appartamenti.

La storia

Siamo alla fine degli anni ’70 e il gruppo Mezzaroma costruisce questo complesso di edifici che prendono il nome di Residence Roma. All’inizio viene utilizzato dal Comune per alloggiarci le famiglie in attesa di case popolari, che vengono assegnate a metà degli anni ’90. A quel punto i mini appartamenti, rimasti vuoti, vengono affittati (ma anche subaffittati) a immigrati. Inizia un periodo di degrado, con tanti episodi criminalità che culminano nel 2006, col ritrovamento dei cadaveri di due immigrati nel cortile dello stabile. Quella è la goccia che fa traboccare il vaso: viene effettuato uno sgombero cruento e gli edifici vengono “spogliati” dei muri esterni, per scongiurare nuove occupazioni.

Il Residence Bravetta oggi

Così gli edifici assumono le sembianze “post belliche” che si possono ammirare oggi. Doveva essere una situazione temporanea però. Anzi, demolire le mura, evitando nuove occupazioni, avrebbe dovuto favorire la rinascita del Residence, in attesa di bonifica e riqualificazione. In realtà è seguita una lunga querelle tra il gruppo Mezzaroma e il Comune di Roma, ancora in attesa di soluzione. Intanto gli scheletri di cemento restano lì. Simbolo dell’inefficienza del sistema edilizio. Anche perché, mentre lì è tutto fermo e inutile, altrove il cemento continua a ricoprire ampie fette di terreno del nostro paese

Consumo di suolo

Basti pensare che anche nel 2020, l’anno del lockdown più severo, in Italia oltre 50 chilometri quadrati di terreno agricolo o naturale sono stati ricoperti da cemento. Si perdono in media due metri quadrati al secondo, quindici ettari al giorno. È il responso del report Consumo di suolo del Sistema nazionale per la Protezione dell’Ambiente. Il comune che ha consumato più suolo nel 2020? Roma, con 123 ettari cementificati. Il cemento avanza. E resta, anche quando non serve più

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